Le specialiste del nido

 Vi ho lasciato la settimana scorsa con un post che parlava della mia prima esperienza a scuola, abbastanza nuova per quegli anni in cui quasi tutti bambini erano a casa con le mamme e con i nonni. La struttura era laica, nessuno in famiglia ne ricorda il nome preciso.
Ovvio che non posso dirvi di averne un buon ricordo, ero troppo piccola; sono contenta oggi di aver fatto quest’esperienza soprattutto perché mia madre ha avuto l’opportunità di potersi sperimentare sia come genitore che come professionista senza togliermi niente.
Come si può leggere in diversi testi di storia dell’istituzione scolastica e come ho accennato nel post di giovedì scorso, le educatrici di quegli anni assomigliavano più a delle tate che a delle professioniste. Non era richiesto allora un particolare tipo di formazione.
Oggi ci siamo decisamente evoluti, il diploma magistrale o diploma del liceo psicopedagogico forma giovani donne, perché di uomini ce ne sono sempre pochi, molto qualificate sul piano dei contenuti. Ultimamente si è introdotta anche la obbligatorietà della laurea in scienze della formazione primaria perché abbiamo compreso quanto è delicato quel periodo della vita per ogni bambino e lasciarlo in mano a persone guidate principalmente dal buon senso lo esponeva eccessivamente a situazioni non confortevoli nel processo delicato dello sviluppo psicomotorio.
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Circa un anno fa credo, non ricordo bene in quali regioni, in alcuni concorsi pubblici per i nidi il bandoè stato allargato ai laureati di psicologia e sorse una polemica sui social. Perché fu fatta quella scelta, mi chiedo da allora? Le due facoltà sono divise, i piani di studi si intrecciano “relativamente” (i laureandi di scienze dell’educazione studiano alcune psicologie), le finalità dono differenti…
Se non erro attualmente pedagogia e tutte le sue declinazioni vengono studiate esclusivamente nelle facoltà di scienze dell’educazione, non la studiamo pediatri non la studiano gli psicologi.
-Quindi a quali difficoltà esponiamo la giovane laureata in psicologia quando la assumiamo come educatrice del nido? Sarà una specialista interessata al benessere della persona ma indubbiamente, salvo abbia fatto qualche specifico aggiornamento e formazione (di iniziativa personale) sul tema pedagogico, in difficoltà nel progettare iter educativi idonei ai piccoli del nido. La sua formazione prevede altro da quelli che sono gli scopi del nido e vorrei aggiungere, della scuola dell’infanzia.
Poi entra tutta la questione personale del buon senso, della capacità di adattamento, della disponibilità ad apprendere dagli educatori adulti… ma come una pedagogista non può improvvisarsi psicologa pur avendo studiato psicologia nel suo iter universitario così non può accadere l’inverso. Soprattutto non deve accadere per la tutela dei soggetti interessati, bambini, lavoratori del nido e famiglie.
Le tate del Nido senza falsa retorica, si devono ricordare ogni giorno di quanto è importante e pericoloso il loro lavoro, non hanno il compito di trastullare i bambini , loro sono la prima agenzia educativa quella che getterà le basi per ogni possibile futuro. Siate orgogliose!
E poi aggiornatevi, confrontatevi, chiedete (pretendete) di avere una consulenza esterna pedagogica (come quella che offriamo noi pedagogiste specializzate) che vi possa offrire uno sguardo ampio e allargato, e vi sostenga nelle difficoltà offrendovi costanti spunti di riflessione.
 
Ritorno a quel niente scritto in corsivo.
Come tanti figlie di lavoratori, ho protestato per anni che ero sempre a scuola (quando andavo alle elementari)!!! e non che mi annoiassi…solo mi mancavano le torte e le festicciole, mi mancava quell’intimità che vedevo nell’orto del vicino. Ma quei due ragazzi dei miei genitori, si davano un gran d’affare e i fine settimana erano sempre momenti di grandi avventure, scoperte, risate e complicità…
quindi col senno di poi non se la sono cavata male!
Alcuni link utili.

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